Lettera Aperta sull’ “Open Access”

Riporto qui di seguito una lettera aperta sull’Open Access, pubblicata in occasione della Open Access Week 2011 (24-30 ottobre), sottoscritta da tutte le biblioteche dell’Università di Roma La Sapienza:

Anche quest’anno, come ogni anno, viene “celebrata” in tutto il mondo la Settimana internazionale dell’open access. Qui alla Sapienza non sono state previste manifestazioni, attività, incontri, riflessioni, eventi. Chi avrebbe dovuto farlo?
Da tempo, in quasi tutte le università, i paladini dell’open access sono i bibliotecari. Forse perché sono coloro che sono più vicini ad una delle cause che hanno reso l’open access un modello alternativo all’attuale sistema di diffusione del sapere scientifico, basato sulle riviste possedute, o gestite dalle grandi multinazionali dell’editoria. Cioè l’aumento esponenziale dei prezzi, che è tale da non aver reso più perseguibile il suo mantenimento, a fronte della costante e inarrestabile diminuzione dei budget assegnati alle biblioteche. Digitali e non. Ma il solo impegno dei membri di una categoria – che non svolgono neppure il ruolo centrale di questa filiera – non è sufficiente. Né sono di alcuna utilità le loro eventuali capacità di persuasione e di advocacy. Occorre altro. Occorrerebbe che i veri protagonisti del processo della comunicazione scientifica, vale a dire i ricercatori (comunque inquadrati, dall’ordinario al dottorando), prendano coscienza dei limiti strutturali del modello di business (perché tale è: business) e comincino a metterne in dubbio la sostenibilità. Occorre che si facciano carico di azioni o comportamenti che comincino a metterlo in crisi.
Nelle università nelle quali in questi giorni vengono organizzati incontri, seminari, eventi in favore dell’open access, i bibliotecari non sono lasciati soli. Un manipolo, spesso esiguo, ma appassionato, di docenti li supporta, anzi li precede, nella battaglia, rendendola meno velleitaria.

Alla Sapienza, malgrado gli sforzi fatti negli anni scorsi, in particolare da Antonio Fantoni, responsabile del progetto di biblioteca digitale fino a un paio di anni fa, quella sull’open access è stata una battaglia di retroguardia, non supportata, come sarebbe auspicabile, della stragrande maggioranza di chi fa ricerca. Scarsa informazione sui propri diritti e sulle reali possibilità di pubblicare i propri articoli in archivi istituzionali open access concesse dagli editori, hanno costituito – come in altre realtà, e non solo in Italia – una zavorra che ha impedito di far sviluppare non solo iniziative efficaci, ma anche una semplice presa di coscienza della gravità del problema. E soprattutto non ha consentito di comprendere i vantaggi garantiti dalla pubblicazione su riviste ad accesso aperto o negli “archivi” istituzionali. Paura, perplessità e poca informazione rappresentano il contesto nel quale l’open access è stato ed è visto come sinonimo di cattiva qualità, di mancato riconoscimento del proprio lavoro, perdita di opportunità di fare carriera (per paura che le riviste ad alto impact factor non accettino i loro lavori già pubblicati, o da pubblicare in un archivio istituzionale). Al contrario, il modello “open” consente di guadagnare un’enorme visibilità, che si traduce in maggiori possibilità di ricevere attenzione (sotto forma di citazioni) da parte della comunità scientifica di riferimento. Questo è possibile in quanto il modello “open” coesiste con quello commerciale, e non lo svilisce. Favorisce la diffusione della conoscenza, anche sulle riviste “tradizionali” (ad alto impact factor) e mette l’autore e la sua istituzione in una posizione di privilegio, non di retrovia nel mondo della ricerca.

Ma è difficile, per chi non viene considerato un “addetto ai lavori”, convincere chi vive in prima persona le difficoltà della pubblicazione, con tutti i problemi connessi, dei benefici che otterrebbero se orientassero i loro sforzi verso un modello nuovo, non necessariamente più vantaggioso in termini economici (almeno all’inizio). E’ difficile anche solo individuare i destinatari cui far pervenire non una richiesta, non un suggerimento, ma anche solo un semplice invito a documentarsi, a prendere visione di quello che si fa in tutto il mondo per favorire la diffusione libera e senza ostacoli di natura economica i risultati delle ricerche scientifiche, che già tanto sono costate ai cittadini contribuenti, in termini di finanziamenti pubblici. Rende difficile anche individuare il destinatario di questa lettera aperta. Che per questo è indirizzata idealmente a tutta la comunità scientifica della Sapienza.

Chi, come i bibliotecari, si trova in prima linea per far quadrare i conti con i tagli e i preventivi per i rinnovi degli abbonamenti e ritiene che l’open access sia una risposta innovativa, coraggiosa, se non risolutiva, si trova a portare avanti da solo, per conto dei veri portatori di interesse che rimangono indifferenti, una lotta senza possibilità di successo. Sinceramente ci si domanda se ne valga la pena.
E’ indispensabile che sia l’istituzione presso cui si lavora a dare mandato a chicchessia (bibliotecari, ricercatori…) di sostenere le attività, svolte a qualsiasi livello, di supporto all’open access. Occorre che sia l’istituzione a prendersi cura, attraverso i suoi organi accademici, del problema che riguarda il futuro e la sussistenza della propria ricerca e del miglioramento nei ranking internazionali. Non basta (perché non sono efficaci) che arrivino segnalazioni dal basso, non basta la buona volontà e un generico interessamento per nobili ragioni ideali. Occorrerebbe che l’open access divenga la prima opzione della nostra istituzione, attraverso politiche accademiche che, compatibilmente con tutti gli interessi in gioco, consentano di iniziare un dibattito approfondito all’interno della comunità scientifica, finalizzato all’accettazione consapevole dei benefici e delle grandi opportunità che l’adozione di questo modello consentirebbe.

Sottoscrivono la lettera aperta:
(in ordine alfabetico)

Laura ARMIERO (Biblioteca Dipartimento di Informatica e sistemistica “A. Ruberti”)
Laura BARATTUCCI (Biblioteca Centrale della Facoltà di Ingegneria “Boaga”)
Paola BERNARDI (Biblioteca del Dipartimento di Ingegneria civile, edile e ambientale)
Antonella CARLI (Biblioteca del Dipartimento Neurologia e psichiatria)
Cecilia CARLONI (DigiLab)
Valentina CHIARAPPA (Biblioteca del Dipartimento di Scienze statistiche)
Valeria CIANCI (Biblioteca Dipartimento di comunicazione e ricerca sociale)
Daniele COLTELLACCI (Biblioteca del Dipartimento di Scienze della terra)
Manuela CORBOSIERO (Biblioteca Centrale della Facoltà di Architettura)
Mary Joan CROWLEY (Biblioteca del Dipartimento Ingegneria strutturale e geotecnica)
Marina DALLA TORRE (Biblioteca del Dipartimento di Chimica)
Elena DE CAROLIS (Biblioteca del Dipartimento di Economia e diritto)
Maria Rosaria DEL CIELLO (Biblioteca del Dipartimento di Analisi economiche e sociali)
Angela DI IORIO (Centro InfoSapienza)
Carlo DRAGO (Biblioteca del Dipartimento Medicina interna specialità mediche)
Antonio FANTONI (Professore emerito)
Francesca GARGIULO (Biblioteca del Dipartimento di metodi e modelli per l’economia il territorio e la finanza)
Barbara GIACOMELLI (Biblioteca Dipartimento di comunicazione e ricerca sociale)
Alessandra GULOTTA (Biblioteca del Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’ Architettura “Guglielmo De Angelis d’ Ossat”)
Fabrizio LANCIOTTI (Biblioteca del Dipartimento di Scienze di base e applicate per l’ingegneria. Sez. Matematica)
Emanuela LENTI (Biblioteca del Dipartimento Ingegneria chimica materiali ambiente – Biblioteca “E. Mariani”)
Ines LONIGRO (Biblioteca del Dipartimento di Biologia e biotecnologie ‘Charles Darwin’)
Roberta MANENTE (Biblioteca del Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche e maxillo facciali)
Edoardo NUCCI (Biblioteca del Dipartimento di Biologia e biotecnologie ‘Charles Darwin’)
Simona PALANGA (Biblioteca del Dipartimento di Ingegneria dell’informazione, elettronica e telecomunicazioni)
Marino PANZANELLI (Biblioteca del Dipartimento di Scienze documentarie, linguistico-filologiche e geografiche. Sezione Archivisti e Bibliotecari)
Susanna ROSPO (Biblioteca “E. Valentini” – Facoltà di medicina e psicologia)
Mario SANTANCHE’ (Biblioteca del Dipartimento Scienze biochimiche “A. Rossi Fanelli”)
Maria SQUARCIONE (Biblioteca del Dipartimento di Scienze Anatomiche, Istologiche, Medico-legali e dell’Apparato Locomotore)
Antonella STAROCCI (Biblioteche di Diritto privato, diritto romano e storia del diritto italiano – Dipartimento di Scienze giuridiche)
Elisabetta TAMBURINI (Biblioteca del Dipartimento Ingegneria meccanica e aerospaziale)
Ezio TARANTINO (Centro InfoSapienza, BIDS) (per contatti: ezio.tarantino@uniroma1.it – tel. 06 4991 (2) 3662)
Gabriella TUFANO (Biblioteca Polo di Latina)
Chiara TULLIO (Biblioteca del Dipartimento di Matematica)
Iolanda VITALE (Biblioteca del Dipartimento di Architettura e progetto)
Antonio ZUCARO (Biblioteca di Economia e finanza del Dipartimento di Scienze giuridiche)

References:

La pagina è disponibile anche al seguente link.

Fumare la pipa: decalogo per una buona fumata

  1. Pipa asciutta e pulita.
  2. Caricare il tabacco – sciolto bene e al giusto grado di umidità- a piccole prese: le prime appena depositate sul fondo del fornello, le altre sempre più pressate. Carica accurata significa buon tiraggio, buon tiraggio vuol dire evitare boccate a mantice, forti e violente che la pipa sbuffa come una locomotiva, scotta che non la possiamo toccare, la lingua brucia e si forma troppa umidità. Pareggiare con colpi di pollice la superficie del tabacco, eliminare i filamenti che escono dal bordo del fornello.
  3. Accendere in modo uniforme tutta la superficie, aspirando con frequenza, dolcemente. Usare fiammiferi di legno o accendini a gas.
  4. Riaccendere. è quasi sempre necessario. Il primo contatto con il fuoco fa sollevare il tabacco. Bisogna allora premere con il pigino, pareggiare la superficie del tabacco e riaccendere definitivamente.
  5. Fumare con boccate lente, ritmate, tranquille, distanziate. Che il fumo si veda appena. Chi ha l’abitudine alla sigaretta, pensi che deve fare proprio tutto il contrario. Tirare forte e in fretta provoca tutti gli inconvenienti che inducono ad abbandonare la pipa: calore eccessivo, acquerugiola, lingua irritata. Il giusto, placido ritmo della pipa si acquista poco alla volta. Di tanto in tanto premere il tabacco in combustione per ristabilire il tiraggio ottimale. Se la pipa si spegne, si riaccende, nessuna tragedia. La cenere collabora a una combustione regolare e tranquilla: prima di riaccendere, se mai, si può eliminare quella che esce spontaneamente capovolgendo la pipa.
  6. Il fumo della pipa non si aspira, non si manda giù. Si assapora tra palato e naso.
  7. Si può riaccendere anche più volte, ma non conviene ostinarsi a fumare il fondiglio umido che a volte si forma nel fornello. In questi casi meglio buttarlo che rischiare il disgusto.
  8. A fumata terminata svuotare il fornello servendosi del curapipe, con delicatezza. Eliminare cenere e residui di tabacco. Mai battere la pipa contro una superficie dura, neppure il tacco della scarpa.
  9. Soffiare energicamente nel bocchino, passare due o tre volte lo scovolino. Nel caso si volesse aprire la pipa, aspettare che sia fredda. L’apertura a caldo è pericolosa, si rischia la frattura del perno o della radica.
  10. La pipa è pronta per la prossima fumata…

References

Il presente decalogo è tratto dal sito della famosa tabaccheria romana Fincato ed è disponibile, oltre che in forma cartacea presso il negozio stesso, anche a questo link.

 

Gmail: con punto o senza punto è lo stesso indirizzo

Lo sapevate che, se magari avete registrato un account come nome.cognome@gmail.com, vi arrivano le mail anche se uno scrive a nomecognome@gmail.com o n.o.m.e.c.o.g.n.o.m.e@gmail.com??
vi chiederete perché…questo perché quando registri un account gmail lui ignora i puntini, quindi teoricamente e praticamente non state registrando solo un indirizzo mail ma molti.
Provare per credere: basta che mandate una mail a un indirizzo con più o meno puntini del vostro, oppure provate ad accedere alla login con uno di questi indirizzi variati. Vi ritroverete nel vostro indirizzo mail!

Esopo: la volte e il leone

Una volpe che non aveva mai visto un leone, la prima volta che se lo trovò davanti, provò un tale spavento alla sua vista che quasi ne morì. La seconda volta che lo incontrò, si spaventò sì, ma non proprio come la prima. Quando poi lo vide per la terza volta, trovò tanto coraggio da avvicinarsi a lui e attaccare persino bottone. L’abitudine rende tollerabili anche le cose più spaventose.

Crescere: l’inizio del lavoro

Si finisce l’università e si comincia a lavorare. La crisi porta gli orari di lavoro a 12 ore al giorno. A tutti gli amici e tutti gli interessi che per una vita ci hanno accompagnato si dedica fisiologicamente meno tempo. Gli interessi più blandi si abbandonano, quelli veri si continuano,  a piccole dosi o in background. Stessa cosa per gli amici. Quelli veri li vedi e li senti meno spesso. Gli altri li vedi ogni sei mesi o non li vedi più, se non alle cene di classe decennali. È la vita. A seconda di quanto uno è fortunato il lavoro dura più o meno ore giornaliere e allora si può avere più tempo di vita a disposizione. Tutto bene, se non fosse che le persone che dividevano gli interessi con te ti guardano male e anzi ce l’hanno con te perché pensano che una volta cominciato a lavorare di loro non te ne frega più nulla. Lo pensano perché sei molto meno presente. Non pensano che magari uno ci sta male e fa quel che può. E magari gli dici: “cavolo sei l’unico che continuo a sentire e ce l’hai con me perché ci sentiamo molto meno di prima”. Qualcuno ti capisce, e mi stupisco che è una persona che ancora non lavora.

Non rimane che buttarsi e lasciare che la vita vada avanti. Le nostre aspirazioni e i nostri sogni guideranno i nostri prossimi passi e ci porteranno in territori per noi inesplorati. Piangeremo. Rideremo. Faremo l’amore. Saremo appagati e inappagati e alla fine ci guarderemo indietro…e allora si tireranno le conclusioni, ma io quel passo non lo posso neanche lontanamente immaginare perché la vita è qui che mi attende.

Una storia Zen: Uccidere

Un giorno Gasan istruiva i suoi seguaci: «Quelli che parlano contro l’assassinio e che desiderano risparmiare la vita di tutti gli esseri consapevoli hanno ragione. È giusto proteggere anche gli animali e gli insetti. Ma che dire di quelle persone che ammazzano il tempo, che dire di quelli che distruggono la ricchezza e di quelli che distruggono l’economia pubblica? Non dovremmo tollerarli. E inoltre, che dire di uno che predica senza l’Illuminazione? Costui uccide il Buddhismo».

 

References:

Il pessimista

Personaggi

  • Il professore burbero
  • Lo studente volenteroso

La scena si svolge in un’aula universitaria con pochi studenti. Un brusio di fondo indistinto riempie l’aula. Entra il professore burbero:

Professore Burbero: Buongiorno ragazzi.

Lo Studente  Volenteroso: Buongiorno a lei.

Professore Burbero: No.

 

(Sipario)

Riflessione sullo studio delle materie scientifiche nell’università italiana

6 settembre 2010

Sono uno studente della facoltà di ingegneria della “Sapienza Università di Roma” appena laureato. Quelli che seguono sono semplici pensieri che possono riguardare, con le dovute differenze, all’insegnamento nelle facoltà scientifiche delle università italiane.

Prima vorrei che leggeste una lettera scritta dal famoso giovane matematico Évariste Galois il 2 gennaio 1831, all’età di appena diciannove anni, riguardo all’insegnamento della matematica nei collegi di Parigi1:

Évariste Galois alla <<Gazette des écoles>>

2 gennaio 1831

Signor Redattore,

Vi sarò grato se vorrete gentilmente pubblicare le riflessioni che seguono relative allo studio della matematica nei collegi di Parigi.

Innanzi tutto nel campo della scienza le idologie non hanno alcun valore; i posti non dovrebbero essere la ricompensa per questa o quella opinione politica o religiosa. Per quanto mi riguarda mi interessa solo sapere se un professore è buono o cattivo, e mi preoccupo poco del suo modo di pensare su argomenti estranei ai suoi studi scientifici. Non era dunque senza dolore e indignazione che sotto il governo della restaurazione si vedevano i posti diventare preda di chi più offrisse riguardo alle proprie posizioni sulla monarchia e la religione. Questo stato di cose non è cambiato; la mediocrità, che manifesta la sua ripugnanza per il nuovo ordine di cose, è ancora privilegiata; e tuttavia non si dovrebbero mettere in conto le ideologie, quando si devono valutare i meriti scientifici delle persone.

Cominciamo dai collegi; la maggior parte degli studenti di matematica si indirizza verso l’École Polytechnique; che cosa si fa per metterli in condizione di raggiungere questo obiettivo? Si cerca di far loro assimilare il vero spirito della scienza tramite l’esposizione dei metodi più semplici? Si fa in modo che il ragionamento divenga per loro una seconda memoria? Non avverrà invece che ci siano somiglianze tra il modo in cui impariamo le lezioni di francese e di latino? Una volta uno studente imparava da un solo professore tutto quello che doveva sapere; oggi è necessario l’aiuto di uno o due ripetitori per preparare un candidato all’École Polytechnique.

Fino a quando questi poveri giovani saranno costretti ad ascoltare o ripetere passivamente per tutto il giorno? Quando si lascerà loro il tempo per meditare su questa massa di conoscenze, per coordinare questo cumulo di proposizioni scollegate, di calcoli sconnessi? Non sarebbe meglio pretendere dagli studenti gli stessi metodi, gli stessi calcoli, le stesse forme di ragionamento se essi fossero al contempo i più semplici e i più fecondi? Ma no, si insegnano minuziosamente teorie tronche e appesantite di riflessioni inutili, mentre vengono omesse le proposizioni fondamentali e più suggestive dell’algebra; al posto di queste si dimostrano con grandi calcoli e ragionamenti sempre lunghi, talvolta falsi, corollari la cui dimostrazione viene da sola.

Da dove nasce il male? Sicuramente non dai professori dei collegi; essi mostrano tutti un lodevole zelo; sono i primi a lamentarsi del fatto che l’insegnamento della matematica sia diventato un mestiere. La causa del male va chiesta agli editori che pubblicano i manuali dei commissari d’esame. Questi editori vogliono grossi volumi: più cose ci sono nei libri scritti dagli esaminatori più è fruttuosa la vendita; questo è il motivo per cui si vedono apparire ogni anno quelle voluminose compilazioni in cui sono presenti lavori maltrattati di grandi maestri a fianco di esercizi scolastici.

D’altro canto, perché gli esaminatori pongono ai candidati solo domande contorte? Sembra che abbiano paura di essere capiti da coloro che interrogano; da dove viene questa cattiva abitudine di complicare le questioni con difficoltà artificiose? Si crede la scienza troppo facile? Che cosa succede allora? Lo studente si preoccupa più di superare l’esame che di imparare. Per ogni argomento deve prendere ripetizioni su ciascuno dei quattro esaminatori; deve imparare i metodi ai quali sono affezionati, e sapere in anticipo, per ogni domanda e ogni esaminatore, quali debbano essere le risposte da dare e perfino il contegno da tenere. Si può dire quindi che da qualche anno è nata una nuova scienza, che si amplia ogni giorno, e che consiste nella conoscenza delle idiosincrasie e delle preferenze scientifiche, delle manie e degli umori dei signori esaminatori.

Siete abbastanza fortunati da risultare vincitori alla prova? Siete finalmente designati come uno dei duecento geometri che a Parigi hanno il diritto alle armi? Credete di aver terminato: vi sbagliate, come vi dimostrerò in una prossima lettera.

É.G.

Centottanta anni fa questo giovane matematico rileva delle storture nel sistema dell’insegnamento che oggigiorno sono ancora presenti.

Innanzitutto è giusto dire che il mondo in cui vive oggi l’università è radicalmente diverso da quello di Galois. Il sistema economico genera inevitabilmente dei problemi forti: budget limitati, una quantità di studenti enorme per le risorse disponibili. Studenti che per la maggior parte si trovano costretti ad iscriversi perché altrimenti le possibilità lavorative offerte sono deprimenti (non è che con il “pezzo di carta” cambi molto).

Ma è possibile che si insegnino materie scientifiche come fossero latino e greco? Perché questo sistema di valutazione basato solo sulle capacità mnemoniche? È davvero comodo per il professore dover valutare solo questo: abbiamo un programma di 200 pagine (di cui 100 di formule), gliele faccio imparare a memoria, e a ognuno gliene chiedo dei brani a caso. In base alla perfezione della risposta metto il voto. Semplice e indolore. Ma si è davvero dato un giudizio sulle capacità e conoscenze dello studente nella materia? In tutta coscienza, voi professori, vi sentite di aver trasmesso e insegnato la materia a questi studenti?

Come in tutte le cose, ci sono materie più facili e più difficili per gli studenti. Più facili ma altrettanto importanti per la preparazione complessiva. Spesso succede che una volta studiata e capita la materia cominci la seconda parte della preparazione: il professore prepara un esame talmente complicato e lontano dalla materia stessa, che per esser promossi bisogna studiare i compiti di esame vecchi, e al limite lo studio della materia risulta quasi inutile al fine della promozione. Ancora una volta: perché? Provo a immaginare. Vi è stato imposto che solo una percentuale degli esaminati dovrà avere un voto alto, un’altra medio, un’altra basso. Quindi voi preparate un esame che riesca a fare questo tipo di selezione. Ma l’insegnamento della materia? Sembra che l’importanza dell’insegnamento passi in secondo piano rispetto alle direttive ricevute dall’alto. Tutto questo è semplicemente ridicolo. Mi è capitato a me a un esame. A un mio collega il professore disse: mi è stato detto che i voti devo distribuirli secondo una campana, tu saresti da 26 ma visto che ci sono già stati voti alti ti devo mettere 24. E questo perché non era un professore interno e quindi non doveva mantenere questo segreto. Il più delle volte si pensa di esser andati bene, poi arriva il voto basso e ci si comincia a spremer le meningi per cercare di capire le nostre carenze: ma quali carenze!!

Oppure lo stesso capita perché il professore deve soddisfare il suo grande ego, e un esame ridicolmente complesso incute timore e riverenza.

Fortuna a queste altezze solo una piccola parte del corpo docente arriva. Ma a piccole dosi sono problemi che si riscontrano sempre.

Altri problemi sono:

  • Corsi di laurea organizzati in modo disorganico. Un’accozzaglia di esami dove può capitare di fare un esame al primo anno e il suo seguito al quarto.

  • Professori senza rispetto per gli studenti. La posizione acquisita dà un senso di superiorità che è fuori luogo. Lo studente è un essere umano di pari dignità del professore, una persona che è lì per essere guidata in un percorso di crescita, in un rapporto di tipo mentor e mentee, e non di tipo “io sono io e tu sei solo un fastidio”. Siamo i vostri futuri colleghi, non dei portaborse. Sembra ridicolo dover dire queste cose, ma purtroppo si tratta di una prassi consolidata.

  • La materia di insegnamento è un impegno secondario tra altri mille. I professori si sa, sono molto impegnati, tra insegnamento, ricerca e moltissime altre attività. Spesso la parte funzionante del cervello del professore è dedicata solo alla ricerca & co. invece che all’insegnamento. Questo cosa comporta? Lezioni che negli anni si susseguono sempre identiche, modalità d’esame invariate per anni; se qualcuno avesse fatto un videocorso il primo anno di insegnamento per i successivi cinque sarebbe stato meglio vedersi il video a casa piuttosto che andare a lezione. Questo anche perché se non c’è uno stimolo all’insegnamento, lo stesso viene a noia anche al professore, che inevitabilmente finirà per cantilenare la lezione come potevo fare io con “A Silvia” di Leopardi alle scuole medie.

Ci potranno essere infinite cause di forza maggiore per scusare questi comportamenti, ma io penso che lo spazio di manovra per il miglioramento ci sia, e sia anche abbondante. Queste vie di miglioramento non serve dirle, ogni professore sa in cosa sbaglia e in cosa può cambiare. L’unica cosa che vi chiedo è di prendervi una mezz’oretta di riflessione prima di riiniziare il vostro corso e riflettere su quanto è stato detto.

Ringrazio tutti i professori che svolgono la loro professione con passione e che formano al meglio i propri studenti. Studenti che un domani gestiranno questo paese in maniera migliore grazie anche ai vostri insegnamenti.

1Tratto da Paolo Pagli, Laura Toti Rigatelli, Évariste Galois, Morte di un matematico, Archinto, 2007