Si finisce l’università e si comincia a lavorare. La crisi porta gli orari di lavoro a 12 ore al giorno. A tutti gli amici e tutti gli interessi che per una vita ci hanno accompagnato si dedica fisiologicamente meno tempo. Gli interessi più blandi si abbandonano, quelli veri si continuano, a piccole dosi o in background. Stessa cosa per gli amici. Quelli veri li vedi e li senti meno spesso. Gli altri li vedi ogni sei mesi o non li vedi più, se non alle cene di classe decennali. È la vita. A seconda di quanto uno è fortunato il lavoro dura più o meno ore giornaliere e allora si può avere più tempo di vita a disposizione. Tutto bene, se non fosse che le persone che dividevano gli interessi con te ti guardano male e anzi ce l’hanno con te perché pensano che una volta cominciato a lavorare di loro non te ne frega più nulla. Lo pensano perché sei molto meno presente. Non pensano che magari uno ci sta male e fa quel che può. E magari gli dici: “cavolo sei l’unico che continuo a sentire e ce l’hai con me perché ci sentiamo molto meno di prima”. Qualcuno ti capisce, e mi stupisco che è una persona che ancora non lavora.
Non rimane che buttarsi e lasciare che la vita vada avanti. Le nostre aspirazioni e i nostri sogni guideranno i nostri prossimi passi e ci porteranno in territori per noi inesplorati. Piangeremo. Rideremo. Faremo l’amore. Saremo appagati e inappagati e alla fine ci guarderemo indietro…e allora si tireranno le conclusioni, ma io quel passo non lo posso neanche lontanamente immaginare perché la vita è qui che mi attende.