Stragi in Pakistan: ci riguardano?

Dicembre 2009, una selezione (sono dati provvisori sottostimati):

Da ottobre la BBC riporta che ci sono stati oltre 600 morti in attentati. Le notizie qui sopra sono solo alcune di quelle riportate dai giornali. Il Pakistan è solo uno dei tanti paesi del mondo in questa situazione. Non parliamo di numeri ma di persone. Siamo sicuri che dovremmo leggere con leggerezza e distacco queste notizie? Chiudo con una notizia ANSA di un’ora fa:

  • (ANSA) – ROMA, 2 GEN – Il film ‘L’amore non va in vacanza’ con Cameron Diaz su Canale 5 si e’ aggiudicato il prime time di ieri con 4.687.000 (share 21.90%).
Pubblicato in:  on Gennaio 2, 2010 at 1:57 pm Lascia un Commento
Tags: ,

Mi ami? di R.D.Laing: una selezione

Mi ami?

LEI  mi ami?

LUI  sì ti amo

LEI  più di tutto?

LUI  sì più di tutto

LEI  più di tutto al mondo?

LUI  sì più di tutto al mondo

LEI  ti piaccio?

LUI  sì mi piaci

LEI  ti piace stare vicino a me?

LUI  sì mi piace stare vicino a te

LEI  ti piace guardarmi?

LUI  sì mi piace guardarti

LEI  pensi che io sia stupida?

LUI  no non penso che tu sia stupida

LEI  pensi che io sia carina?

LUI  sì penso che tu sia carina

LEI  ti annoio?

LUI  no non mi annoi

LEI  ti piacciono le mie sopracciglia?

LUI  si mi piacciono le tue sopracciglia

LEI  molto?

LUI  molto

LEI  quale ti piace di più?

LUI  se dico quale l’altra sarà gelosa

LEI  lo devi dire

LUI  sono tutt’e due squisite

LEI  davvero?

LUI  davvero

LEI  ho delle belle ciglia?

LUI  sì delle ciglia bellissime

LEI  ti piace annusarmi?

LUI  sì mi piace annusarti

LEI  ti piace il mio profumo?

LUI  sì mi piace il tuo profumo

LEI  pensi che io abbia buon gusto?

LUI  sì penso che tu abbia buon gusto

LEI  pensi che abbia del talento?

LUI  sì penso che tu abbia del talento

LEI  non pensi che io sia pigra?

LUI  no non penso che tu sia pigra

LEI  ti piace toccarmi?

LUI  sì mi piace toccarti

LEI  pensi che io sia buffa?

LUI  solo in un modo simpatico

LEI  stai ridendo di me?

LUI  no non sto ridendo di te

LEI  mi ami davvero?

LUI  sì ti amo davvero

LEI  dì <<ti amo>>

LUI  ti amo

LEI  hai voglia di abbracciarmi?

LUI  sì ho voglia di abbracciarti, e stringerti, e coccolarti, e amoreggiare con te

LEI  va tutto bene?

LUI  sì va tutto bene

LEI  giura che non mi lascerai mai?

LUI  giuro che non ti lascerò mai, mi faccio una croce sul cuore e che possa morire se non dico la verità

(pausa)

LEI  mi ami davvero?

Finiscila

LEI  finiscila

LUI  finiscila tu

LEI  non posso finire quello che non faccio

LUI  hai cominciato tu

LEI  e tu finiscila

LUI  non posso finire quello che non faccio

LEI  non credere di cavartela così

LUI  cavarmela da cosa?

LEI  non ti togli d’impaccio questa volta

LUI  non mi tolgo da quale impaccio?

LEI  non fare il furbo

LUI  non faccio nulla del genere

LEI  lascia perdere

LUI  non ho trovato niente

LEI  piantala

LUI  che cosa devo piantare?

LEI  la vuoi smettere

LUI  smettere che cosa?

LEI  questo

LUI  cosa?

LEI  lo sai benissimo

LUI  temo proprio di no

LEI  temo proprio di no

LUI  vado a dormire

LEI  non ti sei mai svegliato

n° 39

dov’è il piacere?

dov’è il divertimento?

è solo una stupida corsa

fino all’esaurimento?

è ciò che sembrava gioia

una trappola nuova?

dov’è l’esaltazione

che mi dava la tua visione?

un mattino seguirà

a questa oscurità?

References:

Mi ami?, di R.D.Laing, Einaudi edizioni 2007

Pubblicato in:  on Dicembre 9, 2009 at 1:59 pm Lascia un Commento
Tags: , , ,

Istruzione e senso

Asilo nido, scuola materna, elementare, medie, liceo, laurea triennale, magistrale, master…questa società dovrebbe formare i suoi nuovi nati ad entrare nel mondo del lavoro. Per far questo ci para davanti una vita di oltre vent’anni di studi, per poi cosa farci diventare? Dopo vent’anni siamo individui mediocri, il cui mondo della produzione non sa bene che farsi, persone che vanno riistruite tramite stage, corsi di formazione, periodi di prova infiniti e sempre più lunghi. Com’è possibile che dopo oltre venti anni di studi, un curriculum che proiettato trent’anni fa farebbe impallidire un datore di lavoro, non siamo ancora formati a sufficienza? Semplice, il lavoro non c’è e ce ne sarà sempre di meno. O se ci sarà, saranno lavori inutili e idioti per cui sarebbero bastati 2 anni di scuole. Perché? Il mondo va avanti secondo la legge del profitto. Investo un certo numero di soldi, ne voglio di più alla fine. Questa legge porta a meccanizzare il più possibile i processi di una azienda, così da produrre di più con un costo minore. Storicamente sempre meno persone sono necessarie in tutti i settori produttivi. Le persone crescono in numero, quelle che servono alla produzione diminuiscono, uguale: sempre meno persone sono necessarie a questa società. Ma le persone dovranno pur sopravvivere, e dato che non possono gravare tutte sulle spalle dei pochi lavoratori produttivi, la società dovrà trovargli lavoro. Un lavoro inutile, e data la sua inutilità frustrante. L’economia funziona sulla vendita di prodotti e sul loro acquisto. Se lavorano poche persone, coprano poche, quindi non gira l’economia. Serve un modo per creare una base di consumatori. L’economista Keynes sosteneva che pur di far ripartire l’economia, un modo sarebbe stato pagare i cittadini per fargli scavare buche e poi riempirle. E’ quanto succede oggi. Dieci persone sono impegnate nel ciclo produttivo della fabbrica. Cento sono analisti di marketing che cercano di capire come forzare le persone a comprare il loro prodotto. Diecimila lavorano nel call center chiamando all’impazzata nella speranza che qualcuno compri. Ed ecco che più che in altri periodi storici i giovani sentono di vivere un vita senza senso, non ci sono obiettivi, scopi. Per uno che fa una vita decente, dieci fanno una vita di merda. Secondo l’organizzazione mondiale della sanità ogni anno un milione di persone nel mondo sceglie il suicidio per porre fine alla propria vita. Venti volte tanto sono le persone che tentano il suicidio. Nella fascia 15-34 anni il suicidio è una delle tre maggiori cause di morte. Questo è solo uno dei tanti indicatori che denotano un malessere cronico.
Cosa fare? Dove andare a cercare questo senso della vita che sembra perduto?

References:

    Pubblicato in:  on Dicembre 2, 2009 at 5:39 pm Lascia un Commento
    Tags: , , ,

    Riflessioni sull’amore

    Queste brevi note sull’amore (per un partner) non pretendono di essere una riflessione razionale né tantomeno di arrivare a un qualche tipo di conclusione definitiva, forse perché la natura stessa dell’amore è irrazionale e sfuggente e perché ciò che intendiamo per amore cambia con il passare degli anni. Le frasi riportate tra virgolette sono tratte dal libro – Amore perfetto, relazioni imperfette, di John Welwood (in fondo trovate i dettagli sull’edizione) – un libro interessante. Il motivo per cui ho tratto questi passi non è perché ho intenzione di ricalcare le tesi dell’autore, quanto perché esprimono dei concetti che penso e che non ho ritenuto necessario riscrivere (per pigrizia?!!).

    La vita di tutte le persone è imperniata sull’amore, per un partner, un amico, i genitori, un parente. La parola “amore” può significare tutto e niente, e cominciare dal suo significato letterale non porta a nulla. Allora cominciamo da ciò che ci porta a riflettere sullo stesso, cioè i momenti che ci fanno soffrire. Chi non è mai stato in situazioni in cui “un momento siamo in sintonia con l’amore nel nostro cuore. Ci sentiamo aperti, affettuosi e vicini. Un minuto dopo, senza che neppure ce ne accorgiamo, ci troviamo avviluppati insieme alla persona amata in un conflitto o in un fraintendimento che porta a chiudersi o a comportarsi crudelmente.” Oppure chi non si è mai trovato coinvolto in “improvvisi scoppi emozionali in risposta alla minima impressione di essere stati offesi o maltrattati”. Queste situazioni ci turbano e viene spontaneo domandarsi: “Com’è possibile che due persone che sostengono di amarsi più di chiunque altro al mondo si volgano repentinamente una contro l’altra, reagendo con un’aggressione violenta o con paura quasi fossero i peggiori nemici?”. “La cosa ancor più disorientante è che queste fiammate sono spesso provocate da incidenti banalissimi, come un ritardo di dieci minuti”! Da dove cominciare per capire cosa stiamo vivendo e perché? Vorrei fare prima una premessa, e cioè che ci sia del vero amore tra i due partner. Altrimenti simili reazioni potrebbero trovare giustificazione in un rapporto che non avrebbe mai dovuto instaurarsi.

    Bisogna cominciare a ragionare sul singolo e non sulla coppia per capire queste reazioni. Ciascuno di noi si porta dentro dei timori e delle paure riguardo all’amare e all’essere amati. Queste paure possono esser nate in ambito familiare o in esperienze negative. Le nostre prime delusioni hanno creato in noi dei meccanismi di difesa per cui da quel momento in poi le future esperienze saranno tutte filtrate da queste “maschere” e sempre meno naturali, o in linea con il nostro più profondo sentire. A quel punto “non importa quanto profondamente ci possiamo innamorare di qualcuno, di rado superiamo il nostro timore e la nostra diffidenza molto a lungo.” Infatti quanto più una persona ci illumina, ci fa sentire speciali e bene, più le nostre paure si fanno grandi e intense. Con queste problematiche irrisolte non saremo mai in grado di godere appieno dell’amore di una persona e di conseguenza non potremo amare come vorremmo e potremmo. Come procedere?

    Innanzitutto due parole su cosa aspettarci dall’amore. Due persone che si amano hanno ciascuno i propri bisogni, i propri sogni e le proprie aspettative. Quindi i momenti gioiosi di pura sintonia non ci potranno essere costantemente, perché ognuno segue inevitabilmente le proprie leggi interiori e non possiamo aspettarci che l’altro sia costantemente in sintonia con noi. “E’ inevitabile perdere sincronia con la persona amata poiché entrambi, in momenti diversi, vogliamo invariabilmente cose diverse – dal partner e dalla vita.” Richiedere che il partner ci capisca sempre è “una richiesta assurda poiché parte dal presupposto che gli altri dovrebbero costantemente adattare il loro modo d’amare in maniera da farlo coincidere con il nostro”. Magari a volte potremmo volere, per paura dell’abbandono, delle certezze e un impegno verbale in più e questo genererebbe in noi una maggiore tranquillità. Ma magari così facendo potremmo mettere sotto pressione il partner che invece si sentirebbe più amato quando gli si viene lasciato più spazio. Pertanto se ci aspettiamo che ci ami esattamente come vogliamo, questo può indurlo a ritrarsi amplificando le nostre paure. Spesso, nonostante tutta la buona volontà, due partner non fanno che amplificare costantemente le proprie paure. E’ nella natura delle cose che in un rapporto a due dopo un avvicinamento ci sia un allontanamento, non è in sé indice di problemi nascosti. Inoltre pensare che l’unica fonte d’amore possa essere il nostro partner può portare gravi problemi. Magari “quando il rapporto non riesce a produrre l’amore ideale che sognamo, immaginiamo che qualche cosa sia andato veramente storto”, niente di più sbagliato. Il vero amore puro può esserci quando ciascuno dei due partner ha “fatto pace” con sé stesso e instaura una relazione in cui i due sanno apprezzarsi e gradire la reciproca compagnia fra le loro differenze e i cambiamenti che stanno attraversando.

    Quando le nostre problematiche interne non vengono affrontate e giacciono latenti in noi si crea spesso uno stato d’animo di risentimento in cui negli scoppi di rabbia o frustrazione tutte le nostre paure sono convogliate sulla persona amata. Questo stato d’animo è “assolutamente autolesionista perché non solo ci chiude all’amore ma allontana anche gli altri, che sono l’oggetto delle nostre lamentele”. Per poter migliorare la nostra relazione con il nostro amato e con le persone in generale il primo passo è riconoscere queste paure, tirarle fuori e affrontarle (so che detto così sembra facile). Quando ci capita di scoppiare dovremmo riflettere sul perché dello scoppio, sulle vere motivazioni che lo hanno generato. Dall’altra parte, se subite uno di questi “scoppi” la prima cosa da fare è non prendersela sul personale, perché altrimenti consentiamo all’angoscia e alla tensione provata dal nostro partner ad entrare nel nostro sistema e ad avvelenarlo. “Non prendersela in modo personale quando qualcuno ci offende è un esercizio di profonda compassione, in primo luogo verso noi stessi. Concede un sospiro di sollievo e ci permette di rilassarci e di lasciar perdere momenti in cui il nostro primo impulso sarebbe di raffreddarci o di aggredire.” Sempre si tende a dare per scontate le cose buone e a fissarci su quelle che non va. Cerchiamo di fermarci un attimo e di vedere cosa c’è di buono e di goderne.

    Il risentimento oltre che sull’amato viene sempre convogliato su noi stessi. Senza odio per se stessi non ci sarebbe odio per gli altri. Le immagini del “cattivo altro” e del “cattivo sè” sono due facce della stessa medaglia. Questo senso di “non essere abbastanza per gli altri” porta di solito a un cercare di “fare di meglio”. Ma “cercare di andar bene non potrà mai portare a essere sicuri del nostro profondo valore perché questo sforzo presuppone il fatto che non andiamo abbastanza bene e rafforza pertanto l’odio verso noi stessi”. Tutto ciò di solito sfocia in vari comportamenti. Uno classico è “scaricare l’aggressività sugli altri per provare ad alleviare la vergogna o l’odio verso se stessi che vengono fuori nelle relazioni”. Oppure “la gelosia sorge soltanto da una mancanza di fiducia dell’essere amati: in qualche modo la vita ama più gli altri di me. Analogamente l’egocentrismo, l’arroganza e l’orgoglio sono tentativi di renderci importanti o speciali, un trucco per nascondere la mancanza di vero amore verso noi stessi. L’egocentrismo è un modo per tentare di far sì che il mondo ruoti intorno al “me”, per compensare una paura sotterranea di non essere in fondo affatto importante.” Un primo passo per liberarsi di questo risentimento verso se stessi è avere un rapporto sereno e aperto con le esperienze che stiamo facendo, qualunque esse siano. “Permettere a noi stessi di fare la nostra esperienza può essere un’impresa molto difficile, dal momento che nessuno ci ha mai insegnato come relazionarci in modo sincero e diretto con ciò che proviamo. Al contrario la saggezza convenzionale della nostra cultura prevede: se sei depresso o ansioso, prendi una pillola, va’ in palestra o accendi la televisione, perché l’unica soluzione ai sentimenti negativi è di allontanarsene”. “Permettete a voi stessi di essere l’essere che siete” e “non rifiutate niente di ciò che state sperimentando”. La chiave di tutto sta nell’essere aperti e obiettivi con sè stessi, senza giudizi. E’ un’impresa titanica “affrontarsi” da soli, ma se abbiamo vicino una persona che ci vuole bene, che ci ama, parlando con lei potremo avventurarci nelle nostre profondità come mai fatto prima (in fondo uno psicologo chi è se non una persona così?mettendoci il denaro della sua parcella oraria rispetto all’amore!). “I momenti in cui si dice la nuda verità svelano la bellezza del vostro partner e vi fanno improvvisamente entrare di nuovo in contatto con il motivo per cui vi siete innamorati di questa persona all’inizio”.

    Tutto questo è generato dal nostro istintivo desiderio di amore. Questo desiderio è fondamentale, ma se mal vissuto può generare anch’esso molti problemi. Innanzitutto “lasciare che gli altri vedano quanto vogliamo il loro amore significa far cadere le nostre difese e denudare la nostra anima”, quindi rappresenta di per se stesso un tasto molto sensibile. Un fatto fondamentale è non fissarci sulla persona amata come unica fonte del desiderio (come già detto). “Il desiderio diventa opprimente solo quando si attacca o si incolla a un oggetto che noi immaginiamo di dover avere per stare bene”. E “dopotutto non abbiamo mai molto controllo su nessuna delle cose importanti della vita, men che meno sulle altre persone”. “Così quando il nostro desiderio si attacca ad altre persone e a ciò che fanno, siamo alla loro mercé: il nostro stato emotivo diventa soggetto ai loro capricci. Ci sentiamo indifesi e la mente si arrovella in modo febbrile provando a immaginare come fare per ottenere da loro ciò di cui abbiamo bisogno. Allo stesso tempo fissarci su un’altra persona ci tira fuori da noi stessi e distrugge le nostre connessioni con la nostra base e il nostro centro vitale. Dal momento che questo genera intensi sentimenti di debolezza e impotenza, non sorprende che molte persone finiscano per mettere una pietra sopra al loro desiderio e insieme al loro bisogno”.

    Una volta superate queste problematiche (comuni a qualunque essere umano), “possiamo vedere la nostra relazione sotto una luce nuova: come un terreno di lavoro e di gioco che ci dà l’opportunità di crescere e trasformarci influenzandoci reciprocamente”. “La consapevolezza della rispettiva vulnerabilità riguardo all’amare e all’essere amati aiuta una relazione a diventare più profonda, più intima e con maggiori capacità di ripresa.”

    References

    • Amore Perfetto, relazioni imperfette, di John Welwood, Feltrinelli 2007
    • me stesso e le mie esperienze
    Pubblicato in:  on Settembre 20, 2009 at 8:01 pm Lascia un Commento
    Tags: , , , , ,

    Sulla banalità del bene e del male

    Le seguenti righe, scritte in maniera confusa, non hanno presunzione di essere definitive, ma giusto un primo assaggio dell’argomento.

    Nelle nostre vite ci capita di sentire storie e racconti di avvenimenti che a una prima occhiata vengono bollati come incredibili e assurdi. Parlo di eventi come guerre, strupri, omicidi efferati, genocidi, crimini contro l’umanità, torture, e via con tutto l’elenco di brutalità che la storia ci ricorda, o almeno dovrebbe. Un meccanismo semplice è giudicare gli autori di tali atti come pazzi scriteriati, folli, mele marce, e poi, come per distaccarsene definitivamente, dirsi “io non lo farei mai”. Eppure manca qualcosa in questa semplice analisi che all’apparenza sembra non fare una piega. Chi non si occupa di queste cose per lavoro o per passione di fatti gravi del genere ne conoscerà pochi, giusto i più famosi raccontati dai mass media. Ma di fatti del genere la storia umana ne è zeppa all’inverosimile, sia di quelli documentati sia di quelli che non è rimasto più nessuno a tramandarne la memoria.

    Riporto brevissimamente tre eventi che fanno riflettere:

    • Genocidio del Ruanda. Nella primavera del 1994, nel giro di pochi mesi la comunità Hùtu comincia lo sterminio sistematico dell’altra etnia, i Tutsi. A colpi di machete e bastoni nel giro di 100 giorni vengono uccisi da 800.000 a un milione di Tutsi. Questi dati conferiscono all’evento l’infame premio di massacro più feroce della storia. 10 anni dopo un assassino hùtu ha dichiarato: “La cosa peggiore è stata uccidere un mio vicino; avevamo l’abitudine di bere insieme, il suo bestiame pascolava sulla mia terra. Era come un parente”.
    • Stupro di Nanchino. Nel 1937 il Giappone invade la Cina e massacra tra 260.000 e 350.000 persone, una cifra più alta di quella causata dalle bombe atomiche sganciate sul Giappone. L’evento è famoso per le modalità a dir poco raccapriccianti: “uomini cinesi vennero usati per fare pratica di assalto alla baionetta e in gare di decapitazione. Si valuta che tra ventimila e ottantamila donne furono stuprate. Molti soldati andarono oltre la violenza carnale, procedendo a sventrare le loro vittime, a mutilare loro i seni e a inchiodarle ai muri ancora vive. Padri furono costretti a stuprare le figlie e figli a stuprare le madri sotto gli occhi degli altri componenti della famiglia”.
    • Attività del battaglione 101 della riserva tedesca. Nel 1942 viene formato questo battaglione composto da circa 500 uomini di Amburgo. Erano padri di famiglia di una certa erà, troppo vecchi per essere arruolati nell’esercito; di estrazione operaia o piccolo borghese, non avevano alcun tipo di esperienza di polizia militare. Mandati in Polonia per una missione segreta, nel giro di quattro mesi uccidono, sparando a bruciapelo, almeno 38.000 ebrei e ne deportano altri 45.000 al campo di concentramento di Treblinka.

    Questi che ho riportati sono solo tre episodi degli infiniti che si potevano riportare. Possibile che i fautori siano semplicemente delle persone malvagie e che noi non avremmo mai fatto altrettanto? Cercherò di rispondere a questa domanda.

    Definisco prima di tutto, secondo un approccio psicologico, i tre fattori da considerare quando si vuole valutare l’operato di una persona in un determinato contesto: La Persona, la Situazione e il Sistema. La Persona è un attore sul palcoscenico della vita la cui libertà comportamentale dipende dalla sua costituzione – genetica, biologica, fisica e psicologica. La Situazione è il contesto comportamentale che, attraverso le sue ricompense e le sue funzioni normative, ha il potere di attribuire significato e identità ai ruoli e allo status dell’attore. Il Sistema consiste negli agenti e negli organismi la cui ideologia, i cui valori e il cui potere creano le situazioni e impongono i ruoli degli attori e le aspettative di comportamento conforme all’interno delle sue sfere di influenza. Questi tre fattori implicano tre forze di cui bisogna sempre tener conto: le forze disposizionali, situazionali e sistemiche (In questo breve scritto non entro in dettagli per non rendere il tutto troppo pesante; per chi fosse interessato riporto gli opportuni riferimenti giù in bibliografia).

    Ciò che siamo è il prodotto tanto dei grandi sistemi che governano la nostra vita – ricchezza e povertà, egemonia culturale, politica e religiosa – quanto delle specifiche situazioni che affrontiamo ogni giorno. A loro volta, quelle forze interagiscono con la nostra biologia e la nostra personalità di base. Quando entrano in gioco fattori come conformismo, obbedienza all’autorità, deindividuazione, deumanizzazione, apatia, l’essere umano è capace di comportarsi e agire in maniera per lui stesso impensabile. Su conformismo e obbedienza all’autorità non dirò nulla, vista la loro immediatezza di significato. La deindividuazione si verifica quando una persona si sente in qualche modo in una condizione di anonimato, che può dipendere dalla società in cui vive, o anche solo nell’indossare un’uniforme e un paio di occhiali. L’anonimato facilita comportamenti antisociali. La deumanizzazione si verifica ogniqualvolta degli esseri umani ritengono che altri esseri umani vadano esclusi dall’ordine morale di essere una persona umana. Gli oggetti di questo processo psicologico perdono il loro status umamo agli occhi dei loro deumanizzatori. Identificando certi individui o gruppi come esterni alla sfera dell’umanità, gli agenti deumanizzanti sospendono la moralità che in genere governa l’agire razionale nei confronti dei loro simili. Un esempio è dato dalla testimonianza di un generale giapponese che ha dichiarato che per i suoi soldati è stato facile massacrare i civili in Cina in quanto “li consideravano delle cose, non delle persone come noi”. Riguardo l’apatia, possiamo dire che uno dei contributi al male più cruciali, e meno riconosciuti, viene dal silenzioso coro di coloro che guardano ma non vedono, sentono ma non ascoltano. Martin Luther King JR diceva a proposito: “Dobbiamo convincerci che accettare passivamente un sistema ingiusto significa cooperare con quel sistema e divenire, così, complici del male che è in esso”. Gli esempi più drammatici di cambiamento comportamentale indotto e di “controllo mentale” non sono la conseguenza di esotiche forme di influenza, come ipnosi, droghe psicotrope o “lavaggio del cervello”, ma di una manipolazione sistematica, nel corso del tempo, degli aspetti più banali della natura umana in contesti cotrittivi.

    Dei tre fattori principali, il ruolo fondamentale è giocato dal Sistema. il Sistema include la Situazione, ma è più permanente, più ampiamente diffuso, comprende vasti circuiti di persone, le loro aspettative, le loro norme, le loro politiche e, forse le loro leggi. Nel corso del tempo i Sistemi finiscono per avere un fondamento storico e talvolta anche una struttura di potere politico ed economico che governa e orienta il comportamento di molte persone che rientrano nella sua sfera di influenza. I Sistemi sono macchine che fanno funzionare le situazioni, le quali creano i contesti situazionali che influenzano l’agire umano di quanti sono sotto il loro controllo. A un certo punto, il Sistema può diventare un’entità autonoma, indipendente da coloro che inizialmente lo hanno avviato o addirittura da coloro che detengono una palese autorità in seno alla sua struttura di potere. Ogni Sistema finisce per sviluppare una propria cultura, come molti sistemi collettivamente finiscono per contribuire alla cultura di una società. Far parte di un sistema plasma i modi di vedere, ricompensa l’adesione alle opinioni dominanti e rende psicologicamente esigente e difficile discostarsene.

    Per la prima parte della domanda si può dire che non è il singolo a essere malvagio (qui si parla di medie generali, non di singoli casi di persone malate o al contrario di persone “che non farebbero male a una mosca”), ma il suo comportamento è fortemente influenzato dal contesto sociale in cui si trova ad operare in quei frangenti; ma chiediamoci di nuovo: noi potremmo fare lo stesso? La risposta è sì. La maggior parte di noi costruisce dei bias egocrentrici, di auto-innalzamento, a favore del Sé che ci fanno sentire speciali – mai comuni, e certamente “al di sopra della media”. Basti pensare che il 90% dei dirigenti americani valuta la propria prestazione superiore a quella della media dei pari. Ma è solo riconoscendo che siamo tutti soggetti alle stesse forze dinamiche della condizione umana, l’umiltà prende il sopravvento sull’orgoglio ingiustificato, e possiamo cominciare ad ammettere la nostra vulnerabilità alle forze situazionali. Spero che siate disposti ad accettare la premessa che la gente comune – anche i “buoni” – può venir sedotta, reclutata e indotta a comportarsi in modi “maligni” sotto l’influenza di potenti forze sistematiche e situazionali. Voglio che sia chiaro che comprendere il perché si verifichino questi comportamenti criminali non significa giustificarli. Comprendere come si siano verificati gli eventi e valutare quali fossero le forze situazionali può condurre a modi proattivi di modificare le circostanze che provocano tali comportamenti inaccettabili.

    Oltre ai fatti reali, sono stati condotti moltissimi esperimenti per indagare queste dinamiche dell’essere umano, e mentre la maggioranza ha obbedito, si è conformata, si è adeguata, è stata persuasa, ed è stata sedotta, c’era sempre una minoranza che ha resistito, ha dissentito e ha disobbedito. La mia speranza è che dalla comprensione scaturisca una maggiore intelligenza nel capire quando una situazione o un sistema può portare a gravi conseguenze, e in quel caso fare qualcosa per cambiare “il corso degli eventi”. La sfida nella vita di tutti i giorni, per ciascuno di noi, è su come oscillare in modo soddisfacente tra l’immergersi pienamente e il distanziarsi dalle persone, dalle situazioni o dalle nostre convinzioni, quando è opportuno.

    References:

    Il precedente testo ha preso numerose definizioni e dati dal libro – “L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?” di Philip Zimbardo, Raffaello Cortina Editore 2008 – che vi consiglio per un approfondimento di carattere generale. Altri libri e articoli più specifici sono:

    Pubblicato in:  on Settembre 6, 2009 at 11:19 pm Lascia un Commento
    Tags: , ,

    Shaolin: l’anima e il corpo

    A Shaolin, in Cina, dimora una delle più antiche scuole di arti marziali del mondo. I monaci-guerrieri vivono la loro vita tra la meditazione e il kung fu, un’arte marziale che ha come finalità lo sviluppo armonico del corpo e della mente. Perché questo curioso accostamento, tanto lontano dalle pratiche religiose occidentali? Intorno al 500 DC un monaco indiano di nome Bodhidharma arrivò a Shaolin. I suoi insegnamenti prevedevano meditazioni molto lunghe (6 ore) e Bodhidharma notò che i monaci del posto erano facilmente vittime di sonnolenza e intorpidimento fisico. Così cominciò a sottoporli a un duro allenamento fisico. Questo fondamento base del kung fu shaolin può essere in qualche misura contenuto nella locuzione latina di Giovenale “mens sana in corpore sano”. L’insegnamento più grande che dobbiamo prendere da questi monaci è che lo sviluppo del corpo e dell’intelletto devono andare di pari passo per esprimere tutte le sue potenzialità. Un fatto a cui nessuno pensa in questa opulenta società dei consumi, e i risultati di questa mancanza sono sotto gli occhi di tutti. Kung fu significa letteralmente: “maestria ottenuta col tempo e con lo sforzo”.

    References:

    Sri Rohininandana Das, Lo Shaolin, mistero e magia dei monaci guerrieri,  Xenia edizioni, 2008

    Pubblicato in:  on Marzo 16, 2009 at 11:33 pm Lascia un Commento
    Tags: , , ,

    Il partigiano: il futuro?

    Che cos’è il partigiano? il termine partigiano deriva da “parte”, “partito”. Il partigiano è colui che combatte per una parte, che può essere uno stato, un ideale, un dottrina politica, una idea. In senso figurativo chiunque si “batte” (anche teoricamente) per un qualcosa, si può definire partigiano. Ma qui ci vogliamo limitare a una lotta che includa l’uso delle armi, di una guerra con morti. Carl Schmitt in “Teoria del partigiano” nel 1962 individua quattro caratteristiche del partigiano, accompagnate da numerosi esempi storici:

    1. Irregolarità
    2. Intenso impegno politico
    3. Mobilità. Celerità. Attacco e ritirate a sorpresa
    4. Carattere Tellurico

    Il partigiano a mio avviso rappresenta il combattente del futuro, colui che permetterà che il cambiamento sociale avvenga. I potenziali partigiani sono tutti, in tutte le parti del mondo. Dove c’è un uomo può esserci un partigiano. Il partigiano non segue le regole classiche della guerra, ma forte dei suoi ideali e della non-coercizione per quello che compie cercherà di danneggiare il suo nemico in ogni modo. E’ come un cancro che attacca l’uomo, essere vivente organizzato costretto a difendersi da una cellula impazzita che non si sa dove attaccherà. Nei momenti in cui l’organismo è forte sarà silente e aspetterà, appena una piccola debolezza si presenta sferrerà il suo attacco. E chiunque lo debba fronteggiare non saprà mai dove è, un partigiano non sta in una caserma o gira con un carro armato, potrebbe essere chiunque e come appare può anche scomparire. Uniti da uno scopo gli uomini possono decidere di agire anche isolatamente, senza una struttura gerarchica, senza centralismo, quello che servirà verrà fatto e si manifesterà. E’ questa sua assenza di forma che gli conferisce la forza. Come un liquido che si adatta alla forma del contenitore che lo racchiude, così il partigiano si adatta al nemico che trova. Un punto debole è la mancanza di “armi”, di aver bisogno di un approvigionamento per poter essere sempre pronto a colpire. Ma trovare qualcuno disposto a sostenere la tua causa non è difficile, nella storia c’è sempre stato un “fornitore”. che sia un partito, uno stato, o singole persone influenti “simpatizzanti”. Il futuro non saranno più grandi battaglie tra grandi stati, ma moltissimi micro-conflitti in cui le grandi potenze, senza affrontarsi a viso aperto, verseranno sangue altrui per decidere le sorti del loro scacchiere. E questa prospettiva è perfetta per una lotta decentralizzata e minuta. Quando tutto crollerà e le barbarie più indicibili saranno commesse senza batter ciglio, sarà allora che la risposta dovrà essere decisa e perentoria. Il bello è che questo tipo di lotta non necessità di addestramenti o pianificazioni. Quando le condizioni ci saranno sarà tutto automatico. Esempi di partigiani in giro per il mondo sono sempre di più, sono sui giornali tutti i giorni. Quando gli stati uniti hanno invaso l’Iraq nel 2003, la guerra tradizionale è durata poco e nulla con poche vittime militari. E’ quando gli eserciti non hanno più un nemico a viso aperto che possono essere colpiti, come è successo lì e in tutti gli altri conflitti attuali.

    References:

    Pubblicato in:  on Gennaio 30, 2009 at 9:02 pm Lascia un Commento
    Tags: , ,

    Cohousing: verso nuovi paradigmi abitativi

    Che cosa è il “cohousing”?  il termine deriva dall’inglese, unione di co- (che potrebbe anche essere l’abbreviazione di “community” o “collaborative”)  e “housing”, participio presente del verbo “to house” che si può tradurre in italiano come “coabitare”. Con il termine cohousing si indica un complesso abitativo composto da appartamenti privati e luoghi comuni a tutti i condomini (o meglio cohousers). Il fenomeno nasce negli anni ‘60 in Danimarca e sta  avendo grande successo un pò in tutto il mondo occidentale. Non entrerò in dettaglio sulla sua storia, ma voglio darne una breve descrizione. Una persona che decide di abitare in uno di questi complessi avrà un suo appartamento personale completo di tutto, non eccessivamente grande, e avrà molti servizi comuni a disposizione di tutti, come una cucina comune, un salone, bar, biblioteca, lavanderia, palestra, sala tv etc. Le soluzioni possono essere varie e dipenderanno dal progetto originale e da che cosa i cohousers decidono di fare degli spazi comuni. A seconda di dove è localizzato il complesso (centro città, campagna etc) cambierà la sua struttura (uno in centro città probabilmente non potrà avere un orto, un laghetto etc). Lo spazio comune necessiterà di manutenzione e per questo ogni cohouser deve dedicare un pò di tempo alla sua cura (tempi tipici sono 4/8 ore mensili). Perché il cohousing? Quali benefici si traggono rispetto a una abitazione “tradizionale”? Il cohousing in qualche misura combatte molti dei mali che affliggono le persone (dati dalla società), in primis l’isolamento. Spesso non si è mai rivolto parola al nostro vicino, o, specialmente per gli anziani, se non si ha un parente o un amico vicino, fare anche le cose più banali può diventare difficile. In una cohouse si ha una vita sociale maggiore, si organizzano spesso cene comuni, ci si dà una mano l’un l’altro. Come viverla dipenderà da ciascun cohouser. In ogni caso si risparmierà economicamente molto, dato che molte spese che famiglie singole duplicherebbero inutilmente, vengono condivise tra tutti. E’ ovvio che il cohousing non è la soluzione ai mali di questa società, ma potrebbe essere un “dirigersi verso” una vita più umana.

    References:

    Pubblicato in:  on Gennaio 3, 2009 at 11:46 pm Lascia un Commento
    Tags: , , ,

    Pensieri random

    Siamo soli e siamo tutti insieme. Viviamo in un mondo caotico e spesso conciliare la sfera personale e il mondo moderno non è facile. Gli Stati Uniti non sono Obama, non fanno il bene o il male, fanno il necessario, che non dipende dalla morale e non lo è mai dipeso. Se nel circolare, i capitali non tornano alla sua origine come dovrebbero, se interessi periferici (islamici, asiatici) rivendicano una loro parte, la risposta non può che essere dura e decisa. Non buona o cattiva. La guerra, in tutta la sua brutalità, ad alti livelli è un espediente anticrisi, ormai diventato una condizione perpetua. Ci si domanda perplessi: perché uomini si trucidano a vicenda? In più uomini che sono già vittime nel loro paese: poveri, giovani incoscienti, idealisti. Eccola la immensa e stupefacente forza del capitale anonimo e onnipresente. Far morire qualcun’altro, che non è mai importato, per i propri scopi. Farmaci, droga, petrolio, armi; ne ho le palle piene di questa merda piccolo-borghese guerrafondaia e del pacifismo tartufesco. Se “il più grosso capitalista e il più potente stato possono solo assecondare tendenze, non crearle”, tanto più noi, singoli, non dobbiamo illuderci, ma “solo” aprire gli occhi. La prigione nostra non ha sbarre, non ha mura, non ha odore. La società va militarizzandosi sempre più perché il capitale necessita di controllo, che è sempre più evanescente. E’ un vero schifo, ma almeno è vero, reale. Non Bruno Vespa, non l’Isola dei famosi. E’ profumo di un mondo che va marcendo. E marcendo darà nutrimento a una nuova alba per il genere umano. L’energia si trasforma, non si crea e non si distrugge…improvvisamente si torna alla quotidianità, alle abitudini, ai compromessi, a prostituirsi per un bacio o una carezza, a studiare la pagina 241 per l’esame del mese prossimo. La grandezza, la saggezza, sta nel saper conciliare i pensieri alti alle necessità quotidiane senza ipocrisia. Prepariamoci, una Blitzkrieg sarà necessaria, e non ci saranno posizioni neutrali; la neutralità è un tacito appoggio al potere vigente.

    References:

    Per un’analisi del mondo moderno fare riferimento alla rivista “N+1″, liberamente consultabile sul sito: http://www.quinterna.org/

    Alcuni vocaboli e frasi del testo precedente sono tratti dal numero 6 della rivista N+1.

    Pubblicato in:  on Dicembre 2, 2008 at 3:55 pm Lascia un Commento
    Tags:

    La scomparsa del significato

    Parliamo, comunichiamo tramite il linguaggio. Ma pensiamo davvero quello che diciamo? Piano piano col tempo quello che viene detto o scritto è passato in secondo piano rispetto a come viene fatto o da quello che è il vero significato di quanto comunicato. Termini importantissimi e fondamentali sono sulla bocca di tutti: democrazia, libertà, politica. Tutti li usano, ma che cosa intendono? Nell’era dell’informazione siamo tutti bombardati di informazioni, e cose che un tempo erano per “pochi eletti” ora tutti ne parlano, tutti esprimono giudizi, tutti pensano che sia loro diritto poter dire la loro su tutto. Da un lato questo è positivo, ma dall’altro? quando diciamo che “la politica economica del governo è sbagliata” o “l’uomo sta distruggendo l’ecosistema x” quanti sanno di cosa si parla? Ci hanno mai riflettuto? No, non possono averci riflettuto. Ognuno ha la sua vita e non ha tempo per occuparsi di tutto, saprà meglio qualcosa, ma sul resto ne avrà inevitabilmente una idea semplicistica. Tutte queste questioni però, a differenza di tempi passati in cui non erano così “sputtanate”, le sentono continuamente dai media, sentono pareri, analisi, giudizi, e alla lunga assorbiscono passivamente quanto viene detto, e senza rendersene conto, se l’argomento dovesse saltare fuori con amici e non, si ritroveranno a difendere quell’opinione che non si ricordano neanche dove hanno sentito. Questo da un lato. L’altro lato ci sono le persone che quelle opinioni le diffondono. Persone estremamente abili nell’uso del linguaggio, che nella maggioranza dei casi non si vergognano a scrivere cose che non gliene frega niente e non hanno una opinione al riguardo, ma sanno dirla nel modo giusto. Il fatto che dicano qualcosa di sensato è secondario, non è importante che quello che scrivano abbia un parallelo nei loro stessi pensieri, è un esercizio di stile fine a sè stesso. Il problema è che se per loro è un esercizio di stile, per l’interlocutore no. L’interlocutore cerca di estrapolare un’informazione, il comunicante pratica un esercizio di stile scollegato con la realtà dei fatti. A questo punto convincere una persona di una idea non diventa più una questione di ragionamento, ma di statistica. Se sentiamo dieci volte un parere e una volta il parere contrario, il primo diventerà vero. Lo considereremo vero perchè è stato detto più volte. E questo è un assurdo. Alle persone costa caro ripensare a quello che credono e ragionarci sopra, se possono lo eviteranno. Ma stando così le cose, che senso ha la democrazia?

    Pubblicato in:  on Giugno 19, 2008 at 12:26 pm Lascia un Commento
    Tags: , , ,